Lettere

Ago 3, 2016 | Investire su se stessi | 2 commenti

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Cari voi che ogni tanto mi leggete,[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column width=”1/6″][/vc_column][vc_column width=”5/6″][vc_column_text]spesso mi capita di suggerire a qualcuno di scrivere una lettera. Non una mail, una lettera, all’antica.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Preferibilmente scritta a mano, poi messa in una busta e chiusa, recapitata in modo tradizionale, è una cosa diversa dagli altri messaggi in formato elettronico, né meglio né peggio, è altro.

Da bambina, o da ragazza, ricevere una lettera era un regalo, un momento speciale. Erano rare, le lettere indirizzate a me. Nella cassetta della posta, con francobolli e timbri neanche tanto interessanti, a volte colorate, erano una cosa speciale, diverse dalle cartoline, che pure erano gradite ma così brevi, le lettere erano la promessa di un contatto con qualcuno di caro. Che si era impegnato, sforzato forse, a scrivere.

Come hai fatto presto! Mi disse l’amica di mia madre, una volta che scrivevo una lettera sul tavolo della sua cucina al mare. Si vede che ti viene facile. Ho tutto nella mia testa, fu la mia risposta, devo solo metterlo sulla carta. Ed era così, e lo è ancora, la lettera è scritta prima dentro di me, e quando prendo la penna, o la tastiera, fluisce. Nasce da una comunicazione che vuole scaturire, e cerca una pagina per farlo.

Una lettera non è solo una nostalgia del passato, o un messaggio più lungo. È anche la promessa, o la premessa, di un dialogo. Possiamo scrivere una lettera per affrontare un argomento che ci preme e che non sapremmo cominciare a parole. La lettera, soprattutto se parte nella testa o in una brutta copia, ci permette di decidere con calma cosa vogliamo dire e come. È laboriosa infatti, perciò è uno strumento di comunicazione privilegiato.

Un po’ di tempo fa aiutai un gruppo di operai a scrivere una lettera ai loro capi. Non presi io carta e penna, lo fecero loro, io li aiutai a superare le incertezze iniziali (proviamo, se poi non ci convince mica siamo obbligati a recapitarla), a decidere cosa volevano dire (se non diciamo quello che veramente ci preme è meglio lasciar stare), e come (cosa non vi piace di queste frasi? ciascuno lo dica liberamente e vediamo di migliorare il nostro testo). Alla fine fu una bella esperienza, gli operai erano contenti di quello che avevano scritto e i capi furono impressionati, non se l’aspettavano. Almeno, il dialogo fu riaperto. E in modo autentico.

A chi vorresti o potresti scrivere una lettera oggi? Scrivere, poi se recapitarla … lo si vedrà. A chi vuoi far sapere che tieni al dialogo, in modo autentico? Una lettera è un modo molto efficace per investire in una relazione. Basta un foglio di carta, o due che un po’ di revisione ci sta, e una penna. Scrivere lettere è, era, molto una cosa delle vacanze. Questo potrebbe essere il momento giusto.
Con affetto
Simonetta[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_single_image image=”16025″ img_size=”full” alignment=”center” onclick=”zoom”][/vc_column][/vc_row]

2 Commenti

  1. Roberto Tavecchia

    Scrivere è come essere Gary Cooper in High Noon, solo in mezzo ad una strada assolata, un attimo e bang! Ecco che le strofe escono tutte assieme verso il centro e fai fatica a riunirle, fermarle, ordinarle. Scrivere è come comporre musica (che non so fare), alti, bassi, frequenze disordinate o contigue, bizzarre o raziocinanti, e infine la composizione, bella, brutta, ma sempre un prodotto della mente. Scrivere è un opera intagliata sul foglio, sbozzi, incavature, sgorbia, scalpello, lima, olio di gomito e di mente, un bassorilievo perfettamente piano, anzi, trasparente. Scrivere è un canto, lo puoi fare bene anche se sei stonato. Scrivere è camminare su un sentiero stretto ma sapere che puoi debordare, sdraiarti sul prato, sederti su un tronco a guardare il paesaggio, decidere per il percorso facile o quello più impervio, che non ti permette di tornare sui tuoi passi, e non molli fino alla meta, epilogo, soddisfazione interiore.
    Oggi abbiamo computer, tablet, cellulare, registratore vocale, e abbiamo perso il gusto di scrivere a mano (i giovani poveri loro non lo hanno mai avuto). Molti non sanno cosa sia una stilografica, oggetto meraviglioso e vagamente provocante, con il suo serbatoio di liquido nero, blu, azzurro (il mio preferito), perchè no, verde. Mai avuto una Mont Blanc, ma ricordo una vecchia Pelikan, non quella a cartucce, quella cicciona con il pomello che si girava per aspirare l’inchiostro dalla boccetta, e che spesso, troppo spesso, ti sporcava le mani e il taschino della camicia, belle sgridate di mamme infuriate, bei tempi.
    Ho recentemente trovato una cosa che mi ha riportato indietro nel tempo, si chiama Uni Ball AIR, è una penna moderna “effetto stilografica” difficile da trovare nelle cartolerie ma ne vale la pena, tratto grosso e variabile in funzione della pressione, più scorrevole di un roller e (quasi) piacevole come la vecchia stilo, benedetti Japan, una ne fanno e cento ne pensano. Buona scrittura a tutti.
    RT

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  2. Roberto Tavecchia

    Gentile Simonetta, visto che, come scrivi, ti piacciono le storie, eccone una che ho scritto qualche mese fa, avrei voluto metterla su “Pulse” ma non mi sono mai deciso, e allora eccola postata nel tuo blog, spero sia gradita.

    TIENI VIVO L’ARTIGIANO DENTRO DI TE
    Un sabato pomeriggio di inizio ho avuto la necessità di sbrigare alcuni arretrati e mi sono avviato verso la sede della mia azienda approfittando di una passeggiata con il mio cane, Teo.
    Il mio ufficio, come spesso avviene nelle microimprese artigiane, comunica direttamente con l’officina, che si utilizza solo per piccole lavorazioni interne poiché la attività di manutenzione si svolge quasi tutta in esterno sugli impianti; si tratta comunque di una officina con una buona attrezzatura di base, che tengo in ordine quando ho qualche momento di pausa oppure passandovi piacevoli ore di tranquillità spesso al sabato o anche la domenica.
    Non ho dubbi a pensare che a molti possa sembrare strano trovare piacevole lavorare come passatempo ma per chi ha conservato una forma mentale da artigiano non è così.
    Mio padre se ne è andato a 97 anni, dopo una intera vita da idraulico, da lui ho ereditato la passione per le cose fatte bene e il gusto di lavorare in un ambiente ordinato con gli attrezzi e i materiali giusti, i lunghi pomeriggi di inverno passati insieme a sistemare la “bottega” sotto casa, pulire i banchi da lavoro, fare piccola manutenzione alle macchine di officina, sono per me il ricordo affettuoso e impagabile di una artigianalità individuale che è oggi molto difficile da ritrovare e trasmettere a chi esce da una scuola che della professionalità artigiana e manuale non sa nulla perché i docenti, salvo rare eccezioni, sono i primi a non averla mai conosciuta.
    Se siete come me potrete allora apprezzare il gusto di passare qualche momento “fuori orario” nel vostro spazio lavoro, soli, con il computer spento e il telefono che non suona, svolgendo quei piccoli lavori di manutenzione che in altri momenti non riuscite a fare perché vi sembrano perdite di tempo e che vengono regolarmente rimandati a data da destinarsi, a volte mai.
    Riparare quel trapano messo da parte solo perché aveva il filo spelato, riordinare la cassetta attrezzi dove trovi sempre tutto, meno la chiave o il cacciavite che ti serve in quel momento, rovesciare la scatola delle viterie miste accumulate nel tempo e ordinarle per tipo e misura, fabbricare quell’attrezzo speciale che serve solo a te per un unico lavoro, e che custodirai gelosamente al pari di un costoso strumento.
    L’artigiano è un artista, e come un vero artista non ha i tempi canonici del lavoro a struttura codificata, come un artista è estemporaneo e il suo lavoro segue il suo ritmo, modulato sulla base della necessità e della inventiva, a volte senza orari prestabiliti da rispettare rigidamente, c’è chi trova piacere in attività extra lavorative, allo stadio, in palestra, al bar, a fare shopping, l’artista e l’artigiano trovano piacere nel fare gli artisti e gli artigiani, che come ho detto, sono la stessa cosa.
    Ecco quindi, tornando alla storia, che sono giunto all’ufficio / officina e mi sono messo al lavoro con le scartoffie, sempre di più e sempre più inutili, ma non eliminabili perché sono la ragione di esistere di chi ci obbliga a produrle.
    Il caldo era soffocante e ho quindi pensato di accendere l’impianto di aria condizionata, che i miei collaboratori avevano predisposto ma che ancora non avevo utilizzato, vuoi per risparmiare, vuoi perché avevo tamponato con il ventilatore e le finestre aperte, l’aria condizionata mi distrugge e la uso quando proprio non posso farne a meno.
    Per la verità, durante le prove, avevo sentito un rumore sospetto provenire dalla pompa di circolazione del “chiller” ma non gli avevo dato peso, invece ho dovuto ricredermi, il rumore era diventato rapidamente intollerabile e mi avrebbe creato problemi con i vicini, i cuscinetti motore trascurati da tempo si stavano vendicando a mie spese.
    La causa del rumore era infatti la pompa, un modello vecchio tipo, con motore a ventilazione esterna, una di quelle pompe di piccole dimensioni ma fatte come le grandi, semplice, affidabile e soprattutto riparabile, caratteristica ormai rara se non completamente estinta nei prodotti moderni.
    Che fare, sopportare i goccioloni di sudore e i vestiti appiccicati addosso o tentare di rimediare? ho deciso per la seconda: presa una brugola da 5 in due minuti ho smontato il gruppo motore mettendolo sul banco da lavoro, e qui è iniziato il divertimento.

    Non sono un riparatore professionista ma conosco bene la struttura meccanica delle pompe, ho inoltre, per mia fortuna, una discreta abilità e perizia nell’uso degli attrezzi, dote di cui immodestamente mi vanto e che mi viene spesso invidiata da chi non la possiede.
    Lavorando di cacciavite ho sfilato con un colpo secco la ventola di raffreddamento, e la girante, e punzonato le parti del motore per poterle rimontare come prima, tolto i prigionieri e battendo sull’albero con la mazzuola di fibra il motore si è aperto come una noce matura.
    Poi sono passato all’estrattore e sfilato i due cuscinetti responsabili del rumore, non prima di avere rimosso cautamente la tenuta meccanica.
    La mia piccola scorta di cuscinetti, rigorosamente di marca (niente Cina o Taiwan) comprendeva due pezzi della giusta misura, che ho rimesso in sede per mezzo di una bussola di ottone, dopo avere dilatato l’anello interno facendolo rotolare su di un tubo di rame scaldato con il cannello a gas (la necessità aguzza l’ingegno); rimontato il tutto sono arrivato al punto di rimettere in sede la tenuta meccanica, non avendone una disponibile della giusta misura ho deciso di rischiare e riutilizzare quella esistente, le due facce erano ancora in buone condizioni e mi è andata bene.
    Richiusa la pompa, riallacciata la alimentazione elettrica, controllata la rotazione, aperte le valvole e immesso acqua nel circuito la pompa ha ripreso a funzionare perfettamente, la vecchia tenuta fortunatamente era ancora efficiente e il motore girava silenzioso come un orologio.
    Dopo l’ora abbondante per lo svolgimento del lavoro non ho avuto più voglia di passare alle carte sulla scrivania, mi sentivo soddisfatto per avere svolto un lavoro che solitamente delego a fornitori esterni, contento per averlo fatto con i miei mezzi, ma soprattutto gratificato per avere avuto modo di utilizzare e verificare competenze personali troppo spesso accantonate per il lavoro di ufficio.
    Chi ha una condizione professionale e mentale “artigiana” potrà comprendere il mio stato d’animo, ma anche chi si trova in una diversa posizione professionale può avere avuto l’occasione di sperimentare questo stato psicofisico: ripartire dopo essere rimasto in panne trovando e riparando il guasto con mezzi di fortuna, recuperare un giocattolo o un vecchio elettrodomestico ormai destinato alla spazzatura, riparare un mobile, ci sono centinaia di occasioni quotidiane di applicare le nostre competenze artigiane, grandi o piccole che siano, con altrettante probabilità di successo o fallimento.
    I grandi marchi di arredamento low-cost lo hanno capito, anche se è tutto troppo “organizzato”, con poco spazio per la creatività estemporanea, chi ha provato ad assemblare un armadio a tre ante di Ikea sa che non è uno scherzo a dispetto della facciata “easy”, ma il richiamo alla nostra competenza artigiana, esteriore o latente che sia, è una costante nella vita di tutti i giorni, per risparmiare, perché non si trova mai la persona giusta quando serve, ma soprattutto perché la pratica del “fai da te ma fallo bene” è capace di restituire una gratificazione formidabile, e quel che più conta, a costo zero.

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