Se il dipendente si sente un pollo

Ott 28, 2018 | Business Trail | 0 commenti

[vc_row][vc_column width=”1/2″][vc_column_text]No, tranquilli, non è un articolo di cucina (come potrei…). È un post tra riflessione, esortazione e richiamo. Leggendolo, se vi va collegatelo alla vostra realtà aziendale, per mettere a fuoco che su questi temi c’è sempre qualcosa che ciascuno può fare, anche nelle condizioni meno favorevoli.

A me il mio lavoro piace molto, e coi colleghi mi trovo bene. Ci vogliamo bene e ci aiutiamo. Ma con la Direzione no. Delle volte sembra che ci teniamo più noi che loro, a questa azienda.

Quando sento queste affermazioni, ci faccio un po’ la tara, dopo tanti anni ho imparato che le persone arrabbiate o demotivate tendono a ingigantire. Ma non faccio la tara ai loro sentimenti, quelli sono evidenti. Né alla mia reazione, che è di allarme. La situazione è grave, parlo con tante persone di tante organizzazioni e ormai ho affinato la scala mercalli dei conflitti.[/vc_column_text][/vc_column][vc_column width=”1/2″][vc_empty_space height=”62px”][vc_single_image image=”17516″ img_size=”full” alignment=”center” onclick=”zoom”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]Io do disponibilità, perché sono una persona così. Al lavoro ci tengo e non voglio fare brutte figure con i clienti. Però mi aspetto un minimo di riconoscimento di quello che faccio. Ogni tanto mi sento un po’ coglione, visto che ai boss non interessa dovrei fregarmene di più.

Nella stessa settimana, altra azienda. Il riconoscimento, questo sconosciuto. L’incapacità di chi dirige, o l’ignoranza, la mancanza di sensibilità. Chi governa una organizzazione non sa quanto può fare la manifestazione di stima, o la sua assenza. E in qualche caso non lo vuole neanche sapere.

Hanno cercato di fregarci. Una cosa che ci spetta di legge hanno detto che non ci spetta perché abbiamo già i buoni pasto. Io così mi sento un pollo. Non è mica per i soldi, si trattava di pochi euro al mese, è per come ci trattano.

La correttezza, la trasparenza. Terzo spunto, terza azienda, sempre la scorsa settimana. È un equilibrio difficile, chi dirige non può dire tutto. Ma se scivola su certe bucce di banana perde la faccia e dopo riguadagnarla è difficile.

Nessuno vuole sentirsi un pollo, spennato e pronto da cuocere. Quando succede e diventa un clima stabile, si rompe qualcosa nella comunità di lavoro. Ci stanno i ruoli diversi, ci sta che i capi non siano ingenui. Ma quando si rompe una fiducia di relazione e una continuità di intenti, è una cosa seria. Non avranno fatto tutto i boss, ovvio, anche i collaboratori avranno la loro parte di responsabilità. Che però, va senza dire, non è pari. A chi è più in alto nella gerarchia spetta di sapere di più, valutare con più discernimento e agire con maggiore efficacia e in modo più responsabile, per il presente e per il futuro. Certo non è facile, ma certo si vede, le persone lo vedono, come ne vedono l’assenza.

Mettere al centro le persone, perché sono loro che fanno il risultato, o lo disfano, non è – non dovrebbe essere – uno slogan. E non è mica una cosa nuova come trent’anni fa. Eppure incontro ancora organizzazioni e persone che non ci sono ancora arrivate e mi fanno fare un tuffo negli anni ottanta. E io che speravo che si stesse avviando un’epoca nuova. C’è ancora tanto da fare, avanti.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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