A Bologna, alla libreria Ambasciatori, trovate cartine e guide dettagliate quante ne volete. Perciò quello che scrivo qui non è un testo tecnico. In questo diario vi racconto le cinque tappe nel modo più soggettivo ed impressivo. Prendendovi un po’ di tempo per  leggerlo e guardare le foto, potrete immergervi nell’esperienza di un percorso stupendo. Se ci siete già stati vi torneranno in mente i ricordi, se non ancora magari vi aiuterà a decidere se fa per voi. Oppure, troverete nutrimento per la vostra curiosità, ve lo auguro. La Via degli Dei è proprio bella, vale la pena di percorrerla dal vivo o con la fantasia.

I dati tecnici: la Via (o Sentiero) degli Dei è un percorso che si fa a piedi, o anche in bici o a cavallo, da Bologna a Firenze lungo un tragitto che esiste da millenni. Si scavalca l’Appennino, che qui è largo, ma non altissimo. Noi abbiamo camminato per 100 chilometri abbondanti in cinque giorni, dal 29 maggio al 2 giugno 2017, accorciando drasticamente l’ultima tappa con un treno, per un dislivello totale di circa 3.600 metri in salita e 3.800 in discesa. Il tracciato è segnato bene, si segue con facilità.

Dimenticavo, gli dei. Adone, Giove, Venere e Lua sono nomi di monti o paesi che si incontrano lungo il cammino, tanto basta per battezzarlo degli Dei, che può sembrare un tantino altisonante. È vero comunque che quando si entra nel bosco ci si sente in una dimensione che è insieme più fisica, faticosa, e spirituale, l’anima va in su. Almeno, a me succede così. E quindi il nome, io lo trovo bello.

Fedeli compagni di viaggio, la Cartina e il libro di Wu Ming 2, da cui sono tratte le citazioni che seguono.

Chi siamo… Una bionda, una mora, una occhi marroni, una verdi, una alta, una meno, una va, l’altra anche ma meno, una più giovane, l’altra meno. Eccetera. Siamo buone amiche, buone camminatrici, buone osservatrici, dotate di senso pratico, senso di orientamento quanto basta, autonome, carine e socievoli ma anche ci facciamo i fatti nostri e insomma, se ci incontrate ci riconoscete.

Lungo la via abbiamo incontrato persone di età diverse, qualcuno con una guida qualcuno senza, gruppetti, persone sole, a due come noi, nessun gruppo numeroso (non è semplice trovare alloggio per molte persone).

PRIMA TAPPA

da Bologna a Brento

26 chilometri - 8 ore di cammino e 1 ora di soste

Quando cammini, tu sollevi una gamba e sposti il baricentro in avanti, fuori dalla base di appoggio. Fai tutto quello che ti serve per cadere, e cadresti, se non fosse che all’improvviso ti puntelli, appoggi il piede e subito ti sbilanci di nuovo. È l’unico modo di spostarsi adottato dall’uomo che si basi su una perdita di equilibrio: spingere il centro di gravità oltre il limite di sicurezza. Senza questo, un vero pellegrinaggio non comincia neppure.

Modena stazione di Modena, da qui sono partita non so più quante volte, anche per andare dall’altra parte del mondo. Oggi parto solo per Firenze ma il fatto di avere gli scarponi ai piedi mi fa precipitare in un binario parallelo alla Harry Potter, questo viaggio è di un tipo speciale.
La nostra prima tappa è quanto meno varia. Si comincia dalla Stazione centrale di Bologna, la bomba del 1980, l’università, le altre mille volte che ci sono passata, questo per me è un posto pieno di ricordi. Camminare sotto ai portici in tenuta da trekking però è inedito. Ci fermiamo al Caffè del Porto (sì, c’erano i canali), poi arriviamo a porta Saragozza, dove comincia il portico più lungo del mondo. Mi pare che sia vero, non finisce più. Quando raggiungiamo l’arco del Meloncello, che in effetti è di un bel color melone, siamo alla partenza ufficiale della via. Selfie d’obbligo. È pieno di gente, anziani col cane, signore in tuta, chi apre il baretto, il pakistano ha già esposto la frutta e la verdura. Molti sorridono, qualcuno ci incita, forza che Firenze non è lontana, sono abituati ai viandanti. Saliamo a San Luca e scendiamo dai Bregoli, qui ci sono già venuta, è un bel giro da fare in giornata, passiamo il Parco della Chiusa (quanta gente anche qui che prende il sole, disoccupazione?) e comincia il lungo Reno. Immaginatevi la giungla tropicale e più o meno ci siete, umidità, tronchi riversi, liane, è come camminare immersi in un succo di frutta al kiwi, caldo. L’autostrada è un ruggito di sottofondo, a Pontecchio c’è un cliente da cui vado ogni tanto.
La sensazione di un tuffo in un mondo parallelo diventa ancora più intensa, di là la solita vita, auto, lavoro, un corso da tenere, scarpe e borsetta, di qua le rane che gracidano e il segnavia bianco e rosso a tracciare il percorso, un pacchetto di crackers e frutta secca per pranzo.
Si cammina per pezzi di asfalto tra i campi di grano e sotto il sole a picco, si cammina per carraie e vie secondarie, un cimitero senza fontana (oh fly!) ma la signora alla curva ci riempie le borracce, vogliono bene ai viandanti anche qui.
Si va si va e si cominciano a vedere strani bastioni di roccia sbriciolosa, fino alla Rocca di Badolo. Bella eh, ma appena proviamo a tirare una scaglia si spezza, ah no, qui a arrampicare non ci veniamo. È il Pliocene baby, un paesaggio stranissimo, schiene e vertebre di dinosauri che affiorano dalla sabbia di Pinarella, una atmosfera vagamente horror thriller, non c’è in giro nessuno. La salita è dura, rampe polverose senza sosta, lo zaino s’è fatto di piombo, ogni passo è una scelta. Mi sa che mi si è scompensata la pressione.

A una curva del sentiero incontriamo Gianluca, una guida, accompagna tre signore modenesi come noi. Si sono fermati in un punto strategico, si vede fino a San Luca (caspita, è lontano!). E dopo la città, il parco, il fiume e la giungla, la campagna, l’asfalto e la preistoria… si arriva in montagna. Si cammina tra le ginestre, il profumo stordisce delizioso. Ma non è mica finita. Subito prima di Monte Adone, saliamo il Monte del Frate, altre rampe, ti ricordi l’altra volta avevamo detto meno male che siamo in discesa, infatti, m’è tornato in mente. Insomma è tosta, ma alla fine siamo in cima. Il panorama è mitico, appunto, e in un paio di tentativi siamo al B&B, indicazione: casa gialla dopo i tre filari di lavanda. Giornatona! Manca solo un giro nel cassone del pickup per andare a cena alla Trattoria del Monte Adone e fare amicizia con gli altri camminatori, niente come un po’ di sobbalzi sullo sterrato per rompere il ghiaccio.

SECONDA TAPPA

da Monte Adone a Madonna dei Fornelli

26 chilometri, 8 ore di cammino e 1 ora e mezza di soste

Il bello di andare a piedi è che pian piano, un giorno dopo l’altro, quel che vedi attorno diventa l’unico mondo e tutto il resto è soltanto un nome scritto sulla mappa.

Un tappone fatto di quattro pezzi. Per primo, si sale il Monte Adone. Adone si sa era bello, la sua montagna non gli è da meno. È un ambiente insolito e stupendo, profumato di ginestre ed erba, panoramico sulla pianura e sulle valli. Dopo il pinnacolo c’è la casa del falco pellegrino, uno prendeva il sole sulla sommità e molti altri volavano a vista. L’autostrada è un brontolio di tuono ininterrotto.

Scavalcato il Monte, comincia l’infinito tratto verso Monzuno, che è principalmente asfaltato, quindi scomodo e bollente. Certo, in una delle deviazioni, l’unica a mio parere che val la pena di fare, si esce dalla strada nera e ci si tuffa nel bosco, fino al primo dei molti lastricati romani che si incontrano sulla Via. Questi sassi hanno portato i calzari dei legionari e i sandalacci dei barbari, le babbucce dei pellegrini, gli zoccoli e gli anfibi, la strada antica è una miccia per la fantasia, mi immagino di essere una contessa medievale in fuga, magari a cavallo. Lungo la via la felicità è verde, io trovo una fragolina di bosco matura, la prima dell’anno. C’è pace sul sentiero e pace persino sul palloso asfalto.

A Monzuno l’istituzione più importante è una macelleria, quella di Zivieri. Ma io mi fermo a comprare le albicocche, la felicità è arancione.

Poi lungo la salita a Le Croci si incontrano i castagni. Per trovarli c’è da lavorare di gambe e di pazienza, ma sono uno spettacolo. Il castagno, o albero del pane perché sfamava le popolazioni di qui, ha una cosa bella che ho imparato l’anno scorso camminando sulla balconata di Ormea, in Piemonte: quando è giovane è liscio, ha un tronco scuro e lucido, poi invecchiando, la corteccia si ispessisce e si solca di incisioni che si fanno via via più profonde. Infine, sugli alberi secolari la corteccia si avvita attorno al tronco, le rughe salgono a spirale, rughe e pieghe. Come una persona.

Il Monte del Galletto è pieno di pale eoliche, prima una torre piena di parabole, la civiltà è piuttosto brutta, per quanto utile, almeno da qui riesco a postare un paio di foto. Ma se giro le spalle scendendo lungo la strada bianca, i campi di grano sono velluto, la felicità è giallo oro.

I piedi invece sono piagati da insolite vesciche, ogni passo è un dolore. La sera ceno in ciabatte, al nostro tavolone si aggiungono i due svizzeri, marito e moglie circa della mia età che camminano il doppio di me, se passava Alex Schwarzer lo superavano.

TERZA TAPPA

da Madonna dei Fornelli al Passo della Futa/Traversa

19 chilometri, 6 ore di cammino e 1 ora e mezza di soste

La mappa dice che la meta è vicina e allora tanto vale andare avanti, come se a forza di camminare, dalla mattina alla sera, ci si ritrovasse addosso una seconda natura, ma forse è solo l’effetto di qualche neurotrasmettitore che inonda il cervello quando si fanno girare le gambe e si guarda il mondo a cinque chilometri all’ora.

Madonna dei Fornelli (per via di antiche carbonaie, pare, ma a me vengono in mente le pipe…) è in una buca, usciamo dal B&B e cominciamo a salire nel bosco, verso Monte dei Cucchi. È ancora presto, il sentiero è ripido ma non tremendo, gli uccelli cantano. Ogni tanto una curva permette la visuale ampia su tutta la strada percorsa ieri (madonna!!) e sulla valle di Monghidoro. Adesso mi sembra di essere in montagna davvero, l’Appennino non è come le Alpi o le amate Dolomiti, è più semplice e nostrano, squisito come una tigella o una fetta di bensone. I tratti della Via Flaminia Militare sono parecchi, nel silenzio della faggeta è facile sentire i passi dei legionari e alla piana degli Ossi si trovano i resti di una fornace per la calce usata dai loro colleghi stradini. Quindi questo sentiero un po’ è una sicurezza, è uguale a mille altri percorsi sin da bambina, e un po’ è una sorpresa, pezzi di storia che affiorano quando meno te lo aspetti.

Nonostante i cerotti, le vesciche fanno urlare i miei piedi, vado lenta e goffa, ogni tanto ne spunta una nuova. In cammino, in un cammino lungo e impegnativo, il corpo comanda. Prende lo spazio, chiede il ritmo, l’occhio impone cosa fotografare, la gola vuole un po’ d’acqua. La mente si accoda. Passiamo Monte Bastione, un po’ meno di quel che il suo nome prefigurava, passiamo il Passeggere (toh, è maschile) e arriviamo alle Banditacce, siamo circa a metà percorso, serve un selfie. Le Banditacce non siamo noi, comunque, che siamo brave ragazze.

Homo sapiens sapiens sottospecie camminatore, una evoluzione ormai documentata, apposta Gianluca la guida, con le tre signore di Modena lungo la salita parla di mutazioni genetiche. Il camminatore è un quadrupede, che cerca di coordinare le gambe con le braccia e i bastoncini, per scaricarci il peso del corpo. ‘Sto peso, è difficile da spostare, su un terreno irregolare, si sale, si scende, i sassi, le radici. Il camminatore è una lumaca, con la casina sulla schiena, lo zaino ti si incide nelle scapole e sui fianchi. Il camminatore è un falco, o altro uccello a vista lunga, d’istinto guarda avanti a cercare il segno bianco e rosso, la palina che lo rassicura. E il camminatore è un lupo, solitario che ama il silenzio e il vagabondare sul fianco del monte e ama il branco gregario, trova compagni lungo il sentiero, socializza, scambia. Il bosco è lungo, ho tempo di pensare. A un certo punto mi accorgo che agli amati faggi si mescolano querce e abeti. Ci sono le orchidee, quelle nostrane fatte a pigna, e tracce di animali che non so riconoscere.

Al passo della Futa atterriamo in un mondo diverso, fatto di veicoli a motore e asfalto, un motociclista sembra un supereroe dei power rangers, con quegli stivaletti è davvero figo ma non riesce a camminare. A Traversa ci sono villette di qualche pretesa, un mega parcheggio belvedere e un ristorante che ci darà da mangiare stasera (niente verdura, aiuto! Ila è contenta con la sua fiorentina dimensione brontosauro, direttamente dal Pliocene). Sono completamente irrigidita, non è carne greve (come chiamiamo noi l’acido lattico) è peggio, cammino come Pinocchio, o Geppetto, fate voi. Dormiamo in un appartamento (Air BnB) molto carino, ma il lampadario in bronzo (?) e globi di vetro è un crimine contro l’umanità, almeno quella che passa di qui. No, non l’ho fotografato, non ho potuto.

QUARTA TAPPA

da Traversa a Gabbiano

20 chilometri, 6 ore di cammino e 1 ora e mezza di soste

Non appartenere, ma farlo insieme, pensa Gerolamo. Potrebbe diventare un buon motto anche per chi viaggia a piedi. Per quanti scelgono di essere viandanti e non solo piloti, non solo passeggeri.

Un paio di chilometri sull’asfalto e poi boschi, anche questa è una tappa di Appennino puro e intenso. Faggi, i tronchi neri e lucenti, il verde speciale del fogliame come nessun altro. Su su fino alla croce del Monte Gazzaro, quante croci sui monti avrò toccato nella mia vita non lo so, questa per distinguersi non sta proprio in cima, ma un po’ più sotto. C’è il libro di (quasi) vetta, ci siamo in tanti a scriverlo, per la prima volta incontriamo camminatori che fanno la Via in senso opposto, una ragazza in ciabatte, oh my, deve avere le vesciche anche lei.

Giù per boschi e ginestre, il male ai piedi è diminuito e la rigidità collodiana anche, arrivo quasi nuova all’antico passo dell’Osteria bruciata, dove secondo la leggenda ti rifocillavi con i viandanti della sera prima per diventare a tua volta pietanza per quelli del giorno dopo. L’osteria ovviamente non c’è, è bruciata, un cippo la ricorda. Dietro più di uno ci ha fatto la pipì lasciandoci i fazzolettini di carta, ma per favore con tutto il posto che c’è! e possibile che ancora qualcuno non li seppellisca? Meritate di finire in polpette!

Ancora giù e giù, per boschi di querce, lecci e conifere, a ogni passo si fa più caldo, quando arriviamo in vista di Sant’Agata il giallo acceca anche con gli occhiali scuri. Ancora un po’ di chilometri, pianura, strada bianca, casali e fattorie, campi di grano e rotoballe, in lontananza la collinetta toscana con la fila di cipressi, che perfezione, anche se sono le due del pomeriggio scatto foto di qua e di là, ch’è bellissimo. Alla fine arriviamo al B&B la Gabbianella e i Gatti, pieno di cani, oh boy. La signora è molto carina ma ci fa cenare alle nove di sera, quando sistema i capperi con precisione sui crostini e poi raddrizza quelli fuori squadro mi viene da ridere.

QUINTA TAPPA

San Piero a Sieve e Firenze

4 chilometri, un treno, altri 5 chilometri circa in città

Quando vuoi lasciartelo alle spalle, il cemento ti insegue coi suoi tentacoli fino alla cima delle valli, ma se fai il percorso inverso, scopri che anche la natura non ha un confine preciso, e spinge le sue fibre in mezzo alle case, come un rampicante nelle crepe di un muro.

Breve camminata nel fresco mattutino per arrivare a San Piero a Sieve, da qui prendiamo il treno, in ritardo meno male sennò l’avremmo perso. L’ultima tappa abbiamo deciso di non farla, troppo lunga e tutta di asfalto, vogliamo andare a dormire a casa stasera. Prima però facciamo le turiste a Firenze, molliamo lo zaino al deposito bagagli, nemmeno tanta fila che meraviglia, e ci sentiamo leggere leggere.

Andiamo subito al mercato centrale, per me un must, poi in giro col passo lungo delle montanare. C’è tanta gente, i soldati imbracciano mitra come neonati e mi fanno un po’ paura.

Non riusciamo a trovare un arrivo ufficiale della Via degli Dei, nessun segnale, gadget o maglietta. Peccato, ci tocca rimediare con un selfie a Ponte Vecchio. In compenso mazzi di Pinocchi in giro mi ricordano le sofferenze articolari, un po’ di patimento che non ha impedito il godimento.

La prossima volta che vengo vedrò tutto il Duomo, Cupola, Battistero e Campanile, e tutto San Lorenzo, Musei e Cappelle medicee, promesso, oggi c’è troppa folla, non ho voglia di fare la fila. Firenze me la passeggio e ammiro da fuori, vetrine, bar a la page, una installazione  divertente fuori palazzo Pitti. Caldo, il gelato ci vuole.

La Freccia Rossa arriva a Bologna in mezz’ora, e noi che ci abbiamo messo cinque giorni.

Bella vacanza, fuori da tutto, ritmo naturale, aria e luce, i colori di inizio estate, l’Appennino. Ho l’abbronzatura a forma di zaino, scarponi saldati ai piedi e la faccia a panda, la felicità è un segnavia bianco e rosso.

 

PS Arrivo a casa e mi ritrovo… chiusa fuori! Il miglior rientro da tempo.

Un po’ di ringraziamenti: alla mia amica Ila, l’unica che condivide la mia passione per il cammino e la montagna, al mio figliolo Giò costante incoraggiatore – siete toste, grandi, mi scriveva ogni sera – a chi ha tracciato e mantiene con cura la Via degli Dei, così che possiamo goderne liberamente e pienamente. E a tutti voi che avete letto questo diario, buon cammino.