Arrivando a La Paz di notte non mi sono resa conto, dalla finestra dell’Hotel si vedevano molte luci su una collina… niente di che. La mattina dopo, le strade del centro potevano essere quelle di Arequipa o Città del Guatemala.

Poi abbiamo preso la linea Rossa, e già far la coda per una funivia in città ha un che di surreale. La cabina si è alzata e puerca vaca! l’enorme distesa si è rivelata in tutta la sua incredibile vastità, varietà e disordine.

È stato così che mi sono enamorada loca per questo posto, vedendolo dall’alto, come una mega tela, un gigantesco quadro in 3D. Su e giù, a destra e sinistra, le sette linee de Mì Teleferico sono uno spropositato ottovolante da cui si scende magari con la nausea (da 3.640 a 4.150 in pochi minuti non è uno scherzo) ma affascinati. Poi me ne sono girata tanti pezzi a piedi, i mega cavi delle telecabine a farmi da guide, immergendomi nel traffico di mezzi e persone, negli odori e nei richiami di questo gigantesco vicinato.

A ogni cuadra un contrasto. Edifici bellissimi e cadenti, torri d’acciaio e vetro in perfetto trash, fasci di cavi elettrici, acciottolati, sterrati e buche. Vialoni puliti e montagnole di spazzatura, tutto e il suo contrario, tutto insieme.

Probabilmente gli accostamenti più insoliti li fanno le persone. Qui ci si veste non per moda o funzione, ma principalmente per identificarsi: quello che ti metti addosso dice se sei, va beh, uomo o donna, sposato o single, di quale gruppo etnico, che lavoro fai, eccetera. A pensarci, anche io con i miei pantaloni da montagna, maglietta tecnica e macchina fotografica al collo ero ben precisa, turista europea di mezz’età, in giro per diletto :-))

A un certo punto mi sono imbattuta in una manifestazione. Come i quarantaquattro gatti dello Zecchino, uomini e donne marciavano in ranghi compatti e allineati. Solo che saranno stati… quattromila, non so, non finivano più. E sparavano petardi, a gogò, e slogan, e cantavano, cioè facevano un fracasso che lèvati. Poi mi hanno detto che mi è andata bene, alle manifestazioni di minatori vanno di dinamite (!!!).

Il caos è totale, ma la megalopoli offre costantemente angoli di quiete, bar, panchine, giardinetti. E nonostante le dimensioni, basta uscire dal centro – la zona super turistica – per accorgersi che la gente si conosce. Due signore si incrociano e si trattengono a far due chiacchiere, la venditrice di arance dice alla cliente che ha proprie quelle che le piacciono, sembra un quartiere normale, seppur gigantesco. Apposta si chiama La Pace (Nostra Signora della… sottinteso).

Alla partita di calcetto mi fermo anch’io. Gli improbabili giocatori, panza sbordante dall’elastico del pantaloncino, ce la mettono tutta, le donne in bombetta ai bordi del campo tifano a più non posso e insultano l’arbitro, tutto normale, tutto a posto.

Infine, no, non è la capitale della nazione. In barba al sussidiario delle elementari, la capitale della Bolivia è Sucre (bellissima, tra parentesi), ma La Paz è definita la capitale… di fatto.