“Cosa faccio per pranzo?” si chiede la signora boliviana, al pari di tutte le sue colleghe nel mondo. E quando ha deciso, cucina un po’ di più. Poi mette il surplus in un contenitore (di solito un cesto, o una scatola, anche da scarpe), lo copre con un telo pulito e scende in strada a venderlo. E ce la fa, visto che per quanto la concorrenza sia… ampia, anche la domanda è enorme.

Ho visto vendere ad ogni angolo di strada, ad ogni pezzetto di marciapiede. Sei pile di chewing gum allineate con ordine, su un foglio di plastica rosso. Otto bicchieri di intruglio verde acceso con top di panna montata. Yogurt, succhi di frutta spremuta al momento, costolette, tè e mate de coca, mangiare e bere la fanno da padrone, ovvio. Ma anche lacci, fazzoletti di carta e non, ricambi di ogni genere, per l’auto, per il water, per gli accendini, per la qualunque. E i servizi: lettura della mano, lustrascarpe, parrucchiere, all’infinito.

A proposito di empanadas (specie di panzerotti al forno ripieni di carne e verdure). Una signora me ne ha proposto uno, quando le ho risposto che non avevo fame ma il profumo era buonissimo mi ha fatto un sorriso… indimenticabile.

Questo microcommercio spasmodico, in fin dei conti, non è male. Lo trovo meglio, molto meglio che star lì a chiedere l’elemosina. È molto più colorato, fantasioso e  rispettoso che assillare il prossimo. Sì perché i venditori, in stragrande maggioranza donne, non sono per niente insistenti, se dici no, ok. Solo su una cosa non transigono: mai, e poi mai, ci faremo fotografare! Ma io ogni tanto ci sono riuscita.