All’Università ho studiato spagnolo e per passare gli esami del terz’anno sono stata un mese a Barcellona (sì, era una facoltà dura ma aveva i suoi vantaggi). Avevo un prof. cileno, in esilio, allora c’era ancora Pinochet. Parlava del suo paese con le lacrime agli occhi ed era un bravo insegnante. ¿Algo màs Timoneta? mi chiedeva ogni tre per due, pretendendo di più, chiedendo il massimo. Unico problema, non riusciva a pronunciare la S a inizio parola.

Perciò trentatré anni fa mi sono convinta che ai cileni mancasse la S, tipo i francesi con la R. E sempre trentatré anni fa ho cominciato a desiderare di vedere il Chile, e il mitico deserto di Atacama in particolare. Va mo là, che ci sono andata, anche se solo per un giretto che non mi ha tolto la voglia, ma mi ha incantato.

La Svizzera del Sudamerica, così viene descritto il Chile. Non so chi ha messo in giro la voce, probabilmente un cileno, e no, non dicendo la Tvizzera del Turamerica, perché solo il mio prof. parlava così, quelli che ho incontrato parlano normale.

A parte questa scoperta, il Chile è subito un po’ meglio della Bolivia: c’è l’asfalto sulle strade, ci sono i cartelli. Poi basta, vicoli, cani, polvere e freddo sono uguali. Panorami mozzafiato, vigogne e fenicotteri e gente alla mano, sono uguali, e spettacolari, anche quelli.

Atacama è una conca piatta, circondata da vulcani. Se non siete mai stati qui, è probabile che non abbiate ancora capito cos’è il marrone. Le sfumature più incredibili si sovrappongono senza sosta fino al rosa. Una terra di geyser, sabbia, canyon e rocce colorate, ogni tanto un fiume (il Rio Putana, ad esempio…) o una laguna, dove si riparano gli uccelli.

E con questo post si conclude il racconto del mio viaggio in Bolivia e Chile, grazie a chi ha letto sin qui e buona strada a tutti voi. Simonetta